Cronache dalla Via della Seta

cronache via della seta

Caldo, caldo e sole. Sole altissimo.

La meta era così vicina, eppure così infinitamente lontana; ogni passo avanti ti dava l’impressione di poterla toccare, di averla finalmente catturata. E invece appena sollevavi lo sguardo dalla terra e dalla polvere che da giorni e giorni calpestavi incessantemente, ti accorgevi che la distanza fra te e lei era sempre uguale, assolutamente invariata.

Eppure per tutto quel tempo avevi continuato a camminare, instancabile, e quindi dovevi per forza essere più vicino; almeno più vicino di quanto non lo eri stato una o due ore prima.

Oppure no?

Ogni giorno, dopo interminabili ore di marcia sotto i raggi taglienti del sole, la notte arrivava puntuale. Fredda e stellata, silenziosa come il respiro di un morto. Non avresti saputo dire quanto tempo fa fosse iniziato il tuo viaggio. Giorni? Mesi? Anni?

In mezzo al nulla il tempo perdeva significato e smetteva di esistere; senza sogni prestabiliti, senza un lavoro, senza la preoccupazione di arrivare in ritardo, non avevi bisogno del tempo. A volte ti capitava addirittura di pensare che nessuno avrebbe dovuto avere bisogno del tempo.

Ogni notte stendevi le tue coperte sulla sabbia gelida del deserto, rovente fino a poche ore prima; ti sdraiavi sotto il cotone pesante guardando il cielo, lasciando la mente libera di muoversi al di fuori di sé. Ti capitava anche di incontrare carovane di mercanti o di nomadi, di zingari o di profughi, ma questo non succedeva mai alla luce del sole. Arrivavano da te mentre dormivi, e ti risvegliavi all’interno di un cerchio di persone sedute intorno al fuoco, che aspettavano l’alba suonando musica e raccontando storie.

Sempre ti domandavano chi fossi, dove stessi andando, cosa stessi cercando; mai ricevevano risposta. Non che tu avessi qualcosa da nascondere: la verità era che nemmeno tu avevi le risposte a quelle domande.

Avevi iniziato a camminare tanto tempo fa, e non ti eri più fermato. La Guerra e la Malattia avevano cancellato la tua famiglia, il tuo villaggio, i tuoi amici; con il passare del tempo la rabbia era diventata tristezza, disillusione e infine rassegnazione. Non avevi più nulla da fare nel posto in cui eri cresciuto, nemmeno ricordi a cui aggrapparti, poiché lì tutto era stato distrutto. Scartata l’opzione di cercare una nuova vita nelle grandi città avevi preso la strada del deserto, inseguendo il sorgere del sole. Potrei domandarti perché, ma so che non hai voglia di raccontare la tua storia.

Ti piaceva ascoltare i racconti di quegli uomini raccolti intorno al fuoco, ti faceva sentire una persona viva in mezzo al nulla che stavi attraversando. Nelle loro parole vedevi i colori, i sapori, perfino gli odori delle loro esperienze e delle loro avventure. Quando riflettevi sulla possibilità di fermarti, di smetterla con questa esistenza raminga che aveva come unici compagni di viaggio il vento e la luna, i tuoi pensieri si cristallizzavano in un angolo indefinito della memoria. Sentivi di non avere ancora trovato ciò che stavi cercando, nonostante tu non avessi idea di cosa fosse quello che stavi cercando. Avevi tutto il tempo del mondo per decidere quando, dove e soprattutto se fermarti, quindi che bisogno c’era di avere fretta?

Ti domandavi se fossi un uomo libero. Ma certo che eri un uomo libero: solo, nel deserto, senza nessuno a cui dovere qualcosa, senza impegni da rispettare, senza nessuno di cui doverti occupare e con niente da costruire. Non avresti potuto essere più libero di così. I nomadi e i mercanti, gli zingari e i profughi, loro sì che non erano liberi: sempre con un luogo preciso da raggiungere o con un’altra carovana da incontrare, sempre con la paura di non fare in tempo, sempre e comunque schiavi di quella capricciosa Signora che era la Via della Seta.

Eppure non ti sentivi libero: il non sapere cosa stavi cercando, il non capire cosa volevi, l’aver volutamente dimenticato da dove venivi, ti facevano sentire un ragno in trappola.

Ti domandavi quale senso avrebbe avuto fermarsi al primo villaggio e ricominciare tutto da capo: la Guerra prima o poi sarebbe giunta anche lì, o se non la Guerra la Carestia, o se non la Carestia il senso d’impotenza all’idea di non sapere quando sarebbero arrivate, la Guerra e la Carestia. Perché prima o poi sarebbero arrivate. Arrivavano sempre. Per questo tutti se ne erano andati al di là del Mare, perché sapevano che le cose non sarebbero cambiate. Tu avevi lottato fino all’ultimo, e alla fine avevi smesso di essere libero. Stanco di battaglie perse e di parole spese al vento, stanco di essere sempre l’ultimo rimasto, eri diventato prigioniero della tua stanchezza, eri diventato prigioniero della tua frustrazione per una lotta persa in partenza. Forse eri partito proprio con la speranza di ritrovare quella libertà che sentivi di aver perso, ma forse a questo punto non ti interessava nemmeno più sapere perché eri partito.

Poi un giorno, una mattina uguale a tutte le altre, ti sei svegliato e la carovana con cui avevi trascorso la notte era ancora lì, con i suoi cavalli e i suoi tessuti colorati, con le sue risate e i suoi rumori, con la sua vita. Hai raccolto le tue cose e hai ricominciato il tuo cammino come sempre, facendo finta di niente. E allora la carovana ha iniziato a seguirti. E così è stato il giorno dopo, e quello dopo ancora, e quello dopo ancora. A un certo punto il tuo stupore si è trasformato in angoscia, perché non capivi cosa potesse volere tutta quella gente da te.

<<Perché mi state seguendo? Andatevene, non ho niente, non sono niente!>>.

A queste parole un bambino è uscito dalle file di quel corteo improvvisato e ti è venuto incontro.

<<Abbiamo capito che stai cercando la tua libertà; anche noi abbiamo perso la nostra, e vorremmo cercarla insieme a te>>.