La signora Cianciulli e il mondo delle autoproduzioni

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All’interno dello spazio anarchico Libera Officina (via del Tirassegno 7, Modena) organizzeremo nei giorni del 18-19-20 settembre 2015 una Fiera dell’autogestione e delle autoproduzioni, di cui troverete il programma al termine dell’articolo. Oltre a invitarvi tutti e tutte a partecipare (sarà belissimo, fighissimo, liberissimo e tutti gli issimo) volevo condividere con voi alcune delle mie riflessioni (e con mie intendo unicamente mie, nel senso che non sono state discusse in nessuna assemblea) su quello che è il mondo delle autoproduzioni, sui suoi aspetti politici e non, sulla sua utilità e sulla sua “più o meno” neutralità. Insomma, se avete voglia di addentrarvi nei mie sproloqui, buona lettura! Intanto vi aspetto a Libera per la nostra fantastica Fiera dell’autogestione e delle autoproduzioni.

Il sapone, si sa, è umile. Come è umile il pane, come lo sono i maglioni lavorati a maglia o le verdure dell’orto. Il sapone, il pane, i maglioni e gli ortaggi sono privi di orientamento politico. Oppure no?

Proviamo a partire dalle basi e analizziamo il concetto di autoproduzione, proviamo a dividere questo grande universo del DIY in due macrocategorie: da un lato troviamo tutte quelle espressioni di creatività che implicano un pensiero artistico e che come tali sono portatrici (si spera!) di un messaggio, come la musica, la scrittura, il disegno; dall’altro abbiamo invece quelle pratiche quotidiane che a prima vista di artistico non hanno nulla e che quindi portano con sé un messaggio abbastanza neutro, per non dire inesistente, come appunto fare il pane in casa con il lievito madre, cucirsi i propri abiti e coltivare l’orto, fare il sapone.

Prima di attirarmi addosso tutte le ire degli autoproduttori e delle autoproduttrici, ci tengo a specificare che io adoro questo mondo, che faccio il pane e coltivo l’orto, che compro i vestiti usati e poi li sistemo, che sto imparando a fare il sapone e che se fosse per me potremmo tornare al baratto anche domani. Ed è proprio per capire quale significato politico possa trovarsi dietro a queste autoproduzioni “umili” che sto scrivendo questo articolo. Perché ritengo che anche fare il pane in casa possa essere un gesto politico.

Partiamo da quelli che sono i vantaggi più evidenti e lampanti di questo tipo di DIY. Abbiamo sicuramente un risparmio economico, inoltre facendoci le cose da soli e scegliendo le materie prime ogni tanto possiamo evitare di regalare soldi al sistema capitalistico che sta distruggendo il pianeta; allo stesso tempo non ci rendiamo partecipi dello sfruttamento di quell’esercito di schiavi moderni che muoiono sotto il sole senza che nessuno ne parli. Autoprodurre è anche un modo di proporre un’economia “altra” dimostrando che sopravvivere senza i grandi magazzini è possibile, che il mondo in realtà non ne ha bisogno, che farsi le cose in casa non significa necessariamente un ritorno al Medioevo e che avere un impatto ambientale minore non può che farci bene. Non solo, imparando a fare le cose si riesce anche a comprendere meglio il lavoro umano che c’è dietro ogni singolo oggetto. Ti fa capire quali sono le tue reali necessità e di cosa invece puoi fare a meno, è come una boccata di aria fresca che ti catapulta al di fuori del nostro contemporaneo, fatto di acquisti compulsivi e necessità artificiali. È un modo di riappropriarsi del proprio tempo, e se proprio vogliamo sviolinare è anche un modo per allacciare e/o sistemare i rapporti personali, perché certe pratiche quando sono condivise sono più belle, e mangiare con tuo padre (o tua madre, o i tuoi amici, o il tuo compagno/a…) il pane che avete preparato insieme gli dà tutto un altro sapore, che è quello di un’esperienza comune mista alla sensazione bellissima di essere riusciti a realizzare qualcosa con le proprie mani. Riuscire a creare qualcosa allarga gli orizzonti della mente e aiuta a comunicare. Di più, fare le cose in casa ci fa riscoprire tutti quei mestieri e quei saperi che il nostro tempo sta smarrendo, tutte quelle conoscenze che tra uno schermo piatto e “l’uomo che non deve chiedere mai” non hanno più un posto dove collocarsi. E sono anche pratiche che mettono tutti e tutte allo stesso livello, perché il pane rimane pane, che sia stato preparato dalla cameriera più sottopagata dell’universo oppure dal capo del mondo.

E forse è proprio a questo punto della mia riflessione che iniziano i dubbi, o meglio le domande. Proprio il fatto che il pane rimanga pane non rende di diritto l’individuo che lo produce un soggetto non dico anarchico, ma quanto meno libertario. Fare il pane può essere un boicottaggio politico, ma non ti rende automaticamente una “brava persona”. Perché magari compri solo biologico e sei contro lo sfruttamento del lavoro, ma alla sera picchi tua moglie. Ed è più o meno la stessa cosa che mi hanno fatto notare dicendomi che il sapere è neutro. Perché un corso gratuito sulla saponificazione, in un mondo in cui tutto viene valutato in base al ritorno economico, può anche essere un atto rivoluzionario; ma se io mi limito a insegnarti come si fa il sapone nulla mi garantisce che un giorno tu non ti improvviserai nuova Signora Cianciulli, sterminando il vicinato e trasformandolo in profumatissime e autoproduttissime saponette all’arancia. Per non parlare del fatto che ogni panino preparato in casa non è che una goccia nell’oceano, e anche se passerò tutta la vita a farmi gli hamburger vegani questo sicuramente non farà chiudere McDonald’s. Certo se ognuno, e con ognuno intendo almeno l’intero genere umano, facesse la sua parte, le cose potrebbero cambiare sul serio. Ma anche qui ritorneremmo al dilemma della Signora Cianciulli, e potremmo ritrovarci a vivere in un mondo di nazisti a chilometro zero. Inoltre questo ragionamento porta un facile scaturire di sensi di colpa, perché per come è la società oggi (lavoro, mutuo, affitto, assicurazione, automobile) l’unico modo di essere realmente al di fuori dell’economia capitalistica sarebbe quello di instaurare un regime domestico autarchico sul cucuzzolo di una montagna, e anche qui non posso garantire al cento per cento che funzionerebbe. E ci sentiamo in colpa se dieci ore di lavoro al giorno non ci lasciano il tempo materiale per coltivare l’orto e compriamo la passata di pomodoro al discount perché costa poco. Ma la colpa non è nostra, è la società ad essere sbagliata. In questo senso credo che l’autoproduzione possa sicuramente essere una risposta fra tante, ma dubito che sia LA soluzione.

E quindi come la concludiamo? L’autoproduzione salverà il mondo, basta a sé stessa per essere definita politica? Ecco, io questo non lo so. Visto che però devo tirare le conclusioni posso dire come la penso io, ben consapevole che voi avrete altre mille opinioni diverse. Credo che riappropriarsi di tutti quei saperi che stiamo perdendo (e a questo punto parlo di tutti i tipi di sapere) sia un passo che dobbiamo provare a fare se davvero vogliamo costruire un mondo e una società migliori, anche solo perché se andiamo avanti con questo tipo di economia per altri cento anni probabilmente rimarrà ben poco da salvare. Tuttavia credo anche che questo non sia sufficiente, credo che sia semplicemente uno strumento di cui dovremmo servirci per ampliare il nostro immaginario e ricominciare a pensare alle miriadi di mondi diversi, possibili e impossibili, che giacciono addormentati nei meandri della nostra coscienza. Perciò potremmo dire che sì, fare il pane è un gesto di ribellione politica, ma solo nel momento in cui siamo noi a dargli questo valore, e soprattutto solo nel momento in cui fare il pane ci ricorda di tutte quelle cose che non funzionano come dovrebbero, spingendoci a immaginare nuove alternative per farle finalmente andare nel verso giusto.

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